Ferite lacere e lacero-contuse

Le ferite lacere e lacero-contuse sono lesioni contusive che si determinano quando la compressione esercitata sulla cute è particolarmente violenta sì da determinare una discontinuazione dei tessuti. Nelle ferite lacero-contuse vi è una prevalente azione di compressione ed una coesistente azione di trazio­ne (nelle ferite lacere, invece, prevale il meccanismo di stiramento). Le ferite lacero-contuse presentano margini irregolari, finemente sfrangiati ed ecchimotici e non riflettono la morfologia dello strumento che le ha prodotte. Inoltre tra i margini della ferita si interpongono sottili ponti di tessuto fibroso, il che consente di effettuare un’agevole diagnosi differenziale con le lesioni da taglio.
Le ferite lacero-contuse possono essere suddivise in:

  • Ferite lineari: rappresentano le più classiche lesioni lacero-contusive e si realiz­zano, ad esempio, per azione di un mezzo contusivo (manganello, bastone) con­tro il cuoio capelluto.
  • Ferite su cresta ossea: si realizzano a livello delle salienze ossee (spina tibiale, mento, arcata sopracciliare) dove la cute è più sottile ed il margine osseo sotto­stante è acuto; possono essere scambiate per ferite da taglio ma in questo caso si producono dall’interno verso l’esterno. Rientrano in questa categoria le ferite al mento da impatto al suo­lo o all’arcata sopracciliare nei pugili nel corso di un combattimento.
  • Ferite da fratture esposte: a seguito della frattura con esposizione di monconi ossei e della conseguente lacerazione dei tessuti dall’interno verso la cute; non hanno in genere bordi ecchimotici.
  • Ferite da morso: sono determinate per strappamento della cute da parte di aggressore fornito di valida dentatura.

Una particolare menzione meritano le ferite lineari del cuoio capelluto che posso­no assumere caratteristiche che taluni Autori definiscono “da scoppio” perché provo­cate da propagazione centrifuga delle forze lesive sul cuoio capelluto dal punto di impatto con il mezzo contundente.
Tali lesioni appaiono lineari ma non rettilinee, con margini netti, visivamente di difficile differenziazione dalle ferite da taglio dalle quali si diversifica­no per la presenza di bordi irregolari e ponti fibrosi fra i lembi della ferita. Inoltre, ac­costando i bordi della ferita su un cuoio capelluto adeguatamente preparato si potran­no evidenziare, limitatamente ad un segmento della ferita, la presenza di bordi ecchimotici, indicativi della sede ove si è perpetrato il contatto con il mezzo contundente.
Ferite lacere con scollamento dei piani cutanei da quelli sottostanti e conseguente formazione di ampi lembi o tasche cutanee sottominate si osservano per trazioni particolarmente intense sulla cute così come può verificarsi nell’investimento di pedone nella fase di arrotamento e sormontamento ove la cute dell’investito è afferrata, stirata e scollata dal battistrada di una ruota in movimento.
Piccole ferite lacere con margini non contusi, superficiali, tra loro parallele, da sgranamento dilacerativo, definite “extension tears”, possono realizzarsi a livello inguinale, mono- e bilateralmente in seguito all’iperestensione del tronco indotta da un caricamento “a tergo” di un pedone da parte di un’autovettura.
Particolarmente attento dovrà essere l’esame delle lesioni da morso, in considerazione della possibilità di ottenere informazioni sull’aggressore. Innanzitutto occor­rerà stabilire se si tratta di morso animale o umano. Le lesioni dentarie riflettono la morfologia dell’arcata dentaria e le modalità di mordere. I cani, ad esempio, hanno un’arcata mascellare e mandibolare stretta ed allungata e possono mordere sia fron­talmente, specie in fase di aggressione, azzannando prevalentemente il collo, o gli ar­ti, atteggiati a difesa, ovvero lateralmente nella fase di strappamento sì da produrre lesioni lacero-contuse disposte tra loro in modo lineare e parallelo; i cavalli mordono frontalmente e determinano una lesione ad “U” stretta, gli esseri umani hanno invece un arcata mascellare e mandibolare pressoché semicircolare e mordono frontalmente.
Occorrerà quindi distinguere i morsi provocati per gioco, da quelli inferti durante abusi sessuali o in corso di maltrattamenti sui minori, dalle simulazioni, essendo note le differenze che ne scaturiscono anche in termini di gravità del reato. Tali lesioni possono essere superficiali, quindi guaribili in pochi giorni, o profonde fino ad indurre amputazioni di porzioni sessili, padiglioni auricolari, dita, ecc..
Nelle lesioni da morso è possibile inoltre effettuare, nelle immediatezze dell’aggressione, il prelievo di tracce della saliva dell’aggressore per l’analisi del DNA, nonché la valutazione morfometrica comparativa anche computerizzata tra le lesioni cutanee riscontrate sulla vittima ed il calco dentario di un eventuale sospettato. Il confronto dovrà basarsi sullo studio delle caratteristiche del morso: dimensioni, numero degli elementi dentari (avulsi o sovrannumerari), disposizione reciproca dei denti, peculiarità individualizzanti, ecc..
Analogamente le dimensioni del morso, la morfologia e la profondità degli ele­menti impressi sulla cute consentirà di differenziare sui minori i morsi “ludici” im­pressi da altri minori, dai morsi impressi da adulti in casi di abusi o maltrattamenti. La contemporanea presenza di ecchimosi da suzione nel contesto del morso e la localizzazione in prossimità di zone erogene, indirizzerà verso un’attività a sfondo erotico-sessuale.
Informazioni circa l’epoca di realizzazione del morso sono fornite dai tempi di evoluzione delle ecchimosi, rilevabili mediante variazioni cromatiche e dai tempi di guarigione delle ferite mediante metodi immunoistochimici; tuttavia, essi rappresentano solo dei criteri orientativi gravati da un numero ampio di variabili.
Talora possono riscontrarsi lesioni da morso postmortali prodotte dalla macro­fauna cadaverica (cani, volpi, roditori), su salme esposte in ambiente esterno, con amputazione, smembramento, precoce scheletrizzazione del cadavere e diaspora (spostamento) dei resti scheletrici trasportati a distanza e parzialmente interrati dagli stessi animali. In tali casi è facile rilevare inequivocabili segni di afferramento sulla compatta delle ossa lunghe con impronta dei canini e contemporanea smangiatura epifisaria. L’esame delle impronte dentarie sulle strutture ossee consentirà di risalire al tipo di animale (piccolo roditore, cane, lupo, ecc.) mentre la morfologia, la sede e la tipologia lesiva, in associazione con indagini immunoistochimiche, consentirà di effettuare utili considerazioni sulla vitalità delle lesioni.

Articolo creato il 21 gennaio 2014.
Ultimo aggiornamento: vedi sotto il titolo.

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