Identificazione personale

L’identificazione personale è l’operazione che si compie su viventi, cadaveri, resti umani per attribuire l’identità ad una persona od ai suoi resti.
L’identificazione di vivente si pone per latitanti e criminali, casi di sospetta sostituzione di neonati, di rapimento, traffico e commercio di minori, soggetti affetti da amnesia, soggetti in stato di coma, scambi di persone in ambito assicurativo ed altre situazioni che trovano riscontro a vario titolo nel codice penale. L’identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte indagini giudiziarie è prevista dall’articolo 349 del Codice Penale. La legge 155/2005 ha apportato modificazioni significative a questo articolo, dando facoltà alla polizia giudiziaria di procedere al prelievo di capelli o saliva (per esami del DNA), o con il consenso dell’interessato, ovvero coattivamente previa autorizzazione del pubblico ministero.
Affinché si possa procedere all’attribuzione di una identità ad un vivente, ad un cadavere, a resti scheletrici, od a tracce biologiche, occorre disporre di elementi di raffronto, rappresentati, caso per caso, da fotografie, descrizioni, radiografie, schemi dentari, materiale biologico per tipizzazioni genetiche, ecc., appartenuti alla persona nei confronti della quale si indirizza l’identificazione (dal latino identicum facere).
Di fronte a resti scheletrici od a corpi degradati dalla putrefazione o dai traumi, le indagini mirano preliminarmente all’identificazione di caratteri generici (identificazione generica), classicamente indicati nell’età, razza, sesso, statura, costituzione so­matica, sviluppo corporeo e stimmate professionali, al fine di costruire un profilo so­matico che consenta di restringere il campo della ricerca delle persone mancanti. Ad essa seguirà l’identificazione individuale mediante il riscontro di caratteri specifici di attribuzione di identità.
L’identificazione è una proceduta richiesta espressamente al medico legale per tutti i cadaveri sottoposti ad autopsia giudiziaria. La prassi che viene abitualmente seguita è quella dell’identificazione visiva in genere condotta in presenza di due testimoni (o uno soltanto qualora non ve ne fosse un secondo disponibile) che giurano di riconoscere nel cadavere una persona che essi conoscevano in vita indicandone i dati anagrafici (cognome e nome).
Tuttavia si possono comprendere le situazioni in cui questo non è possibile a causa di fenomeni putrefattivi (già a partire dalla fase enfisematosa), di sfiguramenti, ecc., che alterano i lineamenti fisionomici del viso e i tessuti rendendo impossibile l’identificazione visiva.

Il recupero di resti umani durante il sopralluogo si effettua in diverse fasi:

  • Localizzazione dei resti umani: può essere effettuata mediante diversi soggetti secondo il metodo delle linee parallele oppure mediante un solo soggetto secondo il metodo a spirale; in questo modo si evita di procedere alla rinfusa con il rischio di non setacciare talune aree. Si possono utilizzare anche i cosiddetti cani da cadavere che sono addomesticati per sentire l’odore del cadavere anche a 40-50 centimetri nel terreno o, più difficilmente, in acqua.
    Per la localizzazione si possono utilizzare anche metodi geofisici quali georadar, magnetometro (sono strumenti “presi in prestito” dai geologi) e rilevazioni aeree (anche mediante satelliti) soprattutto per ritrovare fosse comuni.
  • Riportare in una mappa la posizione dei resti e di altri reperti rilevanti.
  • Scavo (se necessario): in questo caso è corretto procedere allo stesso modo cui si procede per fare uno scavo archeologico (utilizzando una quadrettatura del sito con fili e picchetti che possono esser riportati sulla mappa planimetrica del sito). Alcuni indizi che possono far sospettare la possibilità di sotterramento sono:
    • Anomalie della vegetazione.
    • Differente consistenza e colorazione del terreno.
    • Avvallamenti determinati dall’assestamento del terreno oppure dal collasso della cassa toracica e dalla riduzione della massa corporea.
    • Rilievi del terreno circostante determinati da residui di terra frutto dello scavo ma non più utilizzati per la ricopertura della fossa.
    • Incremento dell’attività degli insetti sulla superficie del terreno o di animali predatori.
    • Segnali utilizzati dall’autore del crimine come punti di riferimento.

Lo scavo deve essere effettuato per strati successivi senza mezzi grossolani (quali scavatrici) e man mano che ci si avvicina al corpo gli strati scavati devono essere sempre più sottili fino ad utilizzare pennellini quando si inizia a scoprire il cadavere.
È utile effettuare anche l’analisi del terreno al di sotto del corpo perché si possono ritrovare reperti molto importanti rilasciati dalla putrefazione (per esempio dei proiettili); per effettuare queste ricerche si può utilizzare un settaccio.

  • Recupero completo del corpo e dei resti: il recupero dei resti deve essere effettuato in modo tale che gli stessi mantengano i rapporti tra di loro: si può quindi utilizzare un grande cartone o un telo da passare al di sotto per sollevare i resti e trasportarli in laboratorio. In caso di resti umani in automobili (a maggior ragione se si tratta di soggetti carbonizzati) è opportuno trasportare tutta la macchina in laboratorio al fine di poter esaminare tutto con la massima calma e attenzione. Se i reperti cadaverici sono sparsi si devono mappare e mettere ciascuno in un proprio contenitore (di carta o in bidoni di plastica) procedendo alla repertazione al fine di inventariare tutto.
  • Ulteriori indagini di laboratorio: in laboratorio si controlla che vi siano tutti i reperti e se ci si rende conto che quello che occorre alle analisi è solo l’osso si può procedere alla sua pulizia e a redigere un nuovo catalogo.

Gli obiettivi delle indagini identificative sono:

  • Stabilire se i resti sono di interesse forense, cioè se appartengono ad un periodo che permetta di fare una valutazione utile ed attendibile.
  • Valutare a quante persone appartengono (commistione).
  • Identificazione con dati circostanziali.
  • Identificazione generica, cioè individuazione approssimata di età, sesso, origine razziale che aiutino a circoscrivere l’identità probabile
  • Identificazione personale con metodi scientifici (se possibile).

Per l’identificazione della specie si possono analizzare segmenti scheletrici integri qualora se ne disponesse. I frammenti dentari possono indurre in grande errore: i denti umani hanno la radice in asse con la corona e, per maggior aiuto, si deve valutare la morfologia della radice dentaria. Si può ricorre ad indagini sierologiche (ricerca del DNA) che può essere la prova di certezza. La valutazione delle ossa della mano e del piede può esser d’aiuto seppur le zampe dell’orso sono molto simili a quelle umane.
La datazione dello scheletro (cioè l’epoca della morte) è un altro grosso problema: in sede di sopralluogo si può valutare il grado di eventuale infiltrazione delle radici delle piante (indicazioni botaniche), la microfauna presente, la stratificazione dei piani del terreno nella sede di inumazione. Di particolare aiuto può essere l’aspetto dell’osso e l’odore (se è presente il tipico tanfo da putrefazione allora l’osso è relativamente recente): un aspetto oleoso (untuosità) dovuto al grasso è segno di inumazione più recente. La superficie ossea secca, la fragilità e la frantumazione sono segni di ossa più vecchie anche se bisogna rapportare tutto all’acidità del terreno. Una datazione più certa può esser data dallo studio con carbonio 14 che è piuttosto preciso ma ha un margine d’errore non indifferente quando lo si usa a scopo forense (la sensibilità dell’esame è maggiore di 100 anni e, per tanto, valutando reperti molto più recenti si può non ottenere massima affidabilità).
Valutazione della commistione: una volta accertata l’origine umana dei reperti, bisogna capire a quante persone appartengono le ossa. Se si dispone di uno scheletro intero è molto semplice; qualora siano più ossa bisognerà affidarsi alle conoscenze anatomiche ricordando di verificare la simmetria delle articolazione al fine di ricostruire l’appartenenza anatomica delle ossa in caso di più soggetti. Un aiuto può anche venire se esistono caratteri di diversità d’età.
Tra i caratteri generici vi è la così detta determinazione della popolazione d’origine (un tempo definita razza). Queste diversità possono meglio esser messe in evidenza a livello cranico laddove, ad esempio:

  • La dimensione della faccia è più ampia negli asiatici.
  • Il naso è più allungato e alto nei bianchi, meno nei neri; gli asiatici hanno caratteri intermedi.
  • L’apertura nasale è più stretta e ampia nei neri al contrario dei bianchi; caratteri intermedi per gli asiatici.
  • La morfologia delle orbite le mostra oblique nei bianchi, rettangolari nei neri e rotonde negli asiatici.

Per la determinazione del sesso si può ricorrere a parametri morfologici ossei che interessano in particolar modo il bacino e il cranio, sempre che si tratti di adulti poiché nei bambini è più difficile la distinzione.
Il bacino appare alto e stretto nei maschi, al contrario delle femmine in cui appare basso, largo e schiacciato; inoltre l’angolo pubico è acuto nel maschio e ottuso nella femmina.
Il cranio nel maschio, a causa della maggior robustezza dei muscoli, ha creste ossee più pronunciate e robuste (addirittura il processo mastoideo è tanto più ampio e robusto nel maschio che un cranio maschile mantiene la sua posizione su di un piano mentre quello femminile rotola su di un lato). Inoltre, sempre valutando il cranio, nel maschio la mandibola appare più squadrata.
Più sicura, basata su criteri obiettivi ed affidata a caratteri che ricorrono con fre­quenza discontinua, cioè con una netta differenza tra un sesso e l’altro (a differenza di quanto accade per la diagnosi morfologica) è l’indagine del DNA alla ricerca di microsatelliti sesso-specifici, quali quelli situati sull’introne 1 del gene dell’amelogenina o, meglio ancora, quelli localizzati sul cromosoma Y, che consentono nello stes­so tempo di fare diagnosi di sesso e diagnosi individuale qualora si disponga di mate­riale biologico o del profilo genetico del soggetto scomparso.
La valutazione dell’età anagrafica dello scheletro è ben determinabile nel bambino (o comunque fino ai 20 anni circa) grazie alla presenza dei nuclei di ossificazione (presenti fino alla completa fusione metafisaria); si possono anche valutare le arcate dentarie per verificare quanto presente delle due serie (decidua e permanente). Nei bambini e adolescenti si può anche valutare lo stato maturativo e accrescitivo dei denti per fare una datazione.
Superata questa fascia d’età la datazione diventa meno attendibile: si può far ricorso alla valutazione dell’alterazioni delle ossa (artrosi, osteoporosi) che compaiono con l’avanzare dell’età, tuttavia queste sono molto variabili e danno informazioni meno precise. Un altro elemento utile negli adulti può esser la valutazione della faccetta sinfisale del pube: questa appare fornita di creste rugose e di bordi regolari intorno ai 30 anni; successivamente, e progressivamente, le creste si appianano e i bordi diventano sempre più rilevati e netti. Nei soggetti adulti i denti possono aiutare grazie alla valutazione delle modificazioni: si ha un progressivo aumento della trasparenza della dentina alla transilluminazione tant’è che a 90 anni il dente appare tutto trasparente; inoltre con l’età si ha anche l’usura dello smalto.
Per la valutazione della statura se si dispone dello scheletro intero è sufficiente misurare la sua lunghezza e aggiungere un coefficiente di correzione per i tessuti molli. I problemi insorgono quando si dispone solo di alcune ossa; in questo caso, usualmente, se si hanno, si utilizzano le ossa lunghe dell’arto inferiore (femore, tibia e perone) ma si potrebbe ricorrere anche a quelle dell’arto superiore. Esistono programmi computerizzati ad hoc che stimano l’altezza del soggetto in riferimento alla lunghezza delle suddette ossa.
Una volta fatte queste valutazioni per l’identificazione generica si deve procedere con l’identificazione personale con mezzi scientifici. In realtà questa identificazione può essere:

  • Presunta: presenza di patologie, esiti traumatici, interventi (che possono esser valutati se sono presenti i tessuti molli) o presenza di protesi o altro tipo di reperto chirurgico osseo (se non vi sono tessuti molli)
  • Certa: si realizza quando si utilizzano metodi scientifici comparativi di:
    • Tipo radiografico: si cerca di reperire radiografie antemortem da poter confrontare con quelle ottenute postmortem (si utilizzano anche TC, RMN, ecc.).
    • Odontologia forense: si occupa di valutare e confrontare i reperti dentari postmortem con informazioni utili antemortem.
    • Sovrapposizione fotografica: disponendo di una fotografia e di un cranio, mediante l’ausilio di mezzi computerizzati, si cerca di verificare l’univoca sovrapponibilità tra l’immagine bidimensionale fotografica e quella tridimensionale cranica.
    • Profili del DNA: sono quelli più utilizzati per i confronti del pattern genetico ottenuto dal cadavere con quelli dei famigliari presunti (oppure con reperti trovati in casa come capelli, mozziconi di sigaretta, ecc.). Il confronto può essere effettuato anche con campioni bioptici eventualmente eseguiti in caso di interventi o con campioni di sangue in caso di un donatore.
      Il DNA utilizzato è quello costituito dalle sequenze polimorfe a livello dei satelliti cromosomiali.

I dati circostanziali comprendono carte di identità, carte di credito, patenti, telefonini, gioielli di foggia particolare, chiavi, orologi, occhiali. Sono tutti oggetti che potrebbero esser utili all’identificazione anche se non si tratta di oggetti unici e pertanto non danno un confronto di certezza ma solo probabile o più che probabile.

Articolo creato il 6 gennaio 2014.
Ultimo aggiornamento: vedi sotto il titolo.

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