Precipitazione

La precipitazione, che rientra tra i grandi traumatismi, è lo spostamento rapido verso il basso di un corpo che si abbatte rovinosamente al suolo per effetto della forza di gravità; talora, tutta­via, la velocità con la quale il corpo raggiunge il suolo dipende dall’interazione di più fattori (gravità, massa corporea, resistenza all’aria, spinta di lancio, ecc.). Nella precipitazione si distinguono didatticamente tre fasi: la perdita di equili­brio, la sospensione nel vuoto e l’impatto al suolo.
La precipitazione va distinta dalla caduta, volendo indicare con la seconda lo spostamento del corpo verso il basso senza perdita del contatto con il suolo (ad esempio, caduta dalle scale o da una sedia); è possibile inoltre distinguere la precipitazione da grande e da media altezza, a seconda che avvenga rispettivamente da oltre o meno di 10 metri. Ad una maggiore altezza non corrisponde necessariamente una maggiore lesività, atteso il possibile ruolo concausale di altri fattori quali la spinta di lancio, la tipologia del piano di collisione al suolo (rigido o elastico) e l’even­tuale impatto con oggetti incontrati durante la fase di sospensione nel vuoto.
Si distinguono due meccanismi lesivi: l’uno da urto diretto del corpo contro il suo­lo e l’altro da improvvisa decelerazione. L’arresto immediato del corpo nella sede d’impatto non è accompagnato da un simultaneo arresto degli organi interni che procedono per inerzia nella direzione del moto, provocando trazioni e lacerazioni a livello degli apparati o legamenti di sostegno.
Nei precipitati la lesività esterna è minima, eccezion fatta per l’eventuale ricorrenza di traumi contusivi con oggetti incontrati lungo la precipitazione o per deformazioni e fratture anche esposte nelle sedi di impatto al suolo. Nelle precipitazioni prevalgono le lesività interne ovvero le fratture e soprattutto le lesioni degli organi interni da immediata decelerazione, ancora più evidenti nei casi di precipitazione di piedi su superfici soffici o elastiche. Sono anche descritti casi di distacchi tendinei delle inserzioni ossee per la violenta contrattura delle masse muscolari nel vuoto. Tali rilievi sono considerati come se­gni di vitalità in quanto sottintendono l’attuazione di movimenti volontari incon­sulti durante la fase di precipitazione con sospensione nel vuoto.
Le lesioni cutanee sono piuttosto scarse e, come accennato, per lo più di tipo contusivo per impatto contro strutture interposte durante la precipitazione (rami d’albe­ro, stendipanni, pali, ringhiere, ecc.).
Ben più rappresentate sono invece le lesioni scheletriche, tra le quali si distinguono le fratture craniche a “mappamondo” evidenti per impatti al suolo ove l’energia cinetica ac­quisita in fase di caduta si scarica sul cranio; tali fratture si determinano per traumi di notevole entità contro ampie superfici e ripropongono morfologicamente i meridiani e paralleli di un mappamondo; si associano quasi sempre a deformazione cranica con am­pie lacerazioni encefaliche ed emorragie subdurali, subaracnoidee e intraparenchimali.
Nei precipitati possono osservarsi anche fratture costali multiple cosiddette a sacco di noci, per la sensazione palpatoria di tastare un sacco ripieno di noci. Le fratture ad anello attorno al forame magno sono invece espressione di un trauma indiretto per caduta sul podice, dovute alla trasmissione della energia cinetica dalla re­gione sacrale attraverso la colonna vertebrale all’atlante che, a mo’ di stantuffo, frat­tura l’occipite, tipicamente secondo una linea circolare attorno al forame magno. Si possono inoltre osservare fratture della cavità acetabolare o glenoidea sia dirette che indirette per trasmissione dell’energia meccanica rispettivamente attraverso le ossa dell’arto inferiore o superiore (impatto al suolo con i piedi o con la mano con arti at­teggiati in estensione). Frequenti sono anche le fratture vertebrali, spesso a “cuneo” per schiacciamento del segmento anteriore, a seguito dell’iperflessione della colon­na vertebrale, o fratture delle apofisi spinose e traverse per impatti cefalici associati a varie posture assunte dal tronco al momento dell’impatto al suolo.
Le lesioni viscerali si riscontrano frequentemente a livello di fegato, polmoni, encefalo, milza ed aorta ovvero a livello di tutti gli organi dotati di un ilo che ne consenta una parziale mobilità all’interno del corpo. A causa della violenta decelerazione si determina una improvvisa trazione degli ili sino alla possibile rottura. A livello encefalico in particolare, è possibile osservare aree di contusione in posizione diame­tralmente opposta tra loro ove l’una rappresenterà il punto di impatto e l’altra la sede di contraccolpo dell’encefalo “mobilizzato” contro la scatola cranica.
Si possono infine osservare lacerazioni aortiche soprattutto in prossimità del segmento superiore, ovvero all’istmo, al passaggio della porzione peduncolata, nonché lacerazioni da strappamento del cuore a livello dei vasi della base.
Nei casi di precipitazione risulta spesso impossibile stabilire la natura omicidiaria, accidentale o suicidiaria del decesso; solo alcuni elementi possono orientare tale diagnosi differenziale. Ad esempio, la presenza di chiari segni di colluttazione estranei alle lesioni da precipitazione potrebbe farne sospettare la natura omicidiaria, dolosa o eventualmente preterintenzionale; la precipitazione sul luogo di lavoro (ad esempio, da impalca­ture non protette o mancato uso delle cinture di sicurezza) può orientare verso la na­tura accidentale dell’evento, infine una lunga storia di depressione, i segni di tentativi di suicidi con altre modalità (come lo svenamento) può invece indirizzare verso un possi­bile suicidio. Si tratta chiaramente di indicazioni che, nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria, possono rappresentare solo alcuni tasselli di un mosaico desumibile dalla pluralità delle prove a disposizione.

Articolo creato il 27 gennaio 2014.
Ultimo aggiornamento: vedi sotto il titolo.

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