Ustioni

Le ustioni conseguono al contatto tra la superficie cutanea con gas, liquidi o soli­di a temperatura elevata o all’azione diretta di una fiamma o del calore proveniente da corrente elettrica, esplosioni o radiazioni.
Si distinguono, tra le ustioni, le scottature, prodotte da calore umido e le bruciature prodotte invece da calore secco.
Possono essere classificate in quattro livelli di gravità crescente anche se tale distinzione rimane puramente scolastica poiché nella realtà le lesioni rilevabili nei diversi gradi spesso si sovrappongono tra loro.

  • 1° grado: eritema accompagnato da una sensazione di bruciore e dolore urente che di solito si risolve completamente in pochi giorni.
  • 2° grado: vescicole bollose contenenti un essudato giallastro e circondate da un alo­ne iperemico (flittene); se tali bolle vengono rotte si formano ulcerazioni arrossate, umide e dolenti che svelano il derma. Anche queste lesioni guariscono in breve tempo senza residuare in cicatrici.
  • 3° grado: necrosi tissutale con formazione di escare crostose secche o umide, delimitate da una reazione infiammatoria che poi porta alla rimozione dell’escara stessa. Ne residuano cicatrici aderenti in profondità, che talvolta limitano la funzionalità di un arto.
  • 4° grado: carbonizzazione cutanea che può estendersi coinvolgendo anche i tessuti sottostanti con distruzione di muscoli, ossa e visceri. In genere tale grado di ustione risulta letale.

Nei cadaveri di ustionati si possono riscontrare:

  • Rigidità muscolare intensa con atteggiamento a “lottatore”; ciò non è legato a fenomeni cadaverici, bensì alla retrazione delle masse muscolari cotte e disidrata­te.
  • Cute raggrinzita, essiccata con evidenti spaccature che dalla superficie cutanea si portano in profondità.
  • Lesioni da “scoppio” degli organi interni.
  • Emorragia extradurale da non confondere con le lesioni post-traumatiche del cranio prodotte in vivo che si realizza per fenomeni di retrazione termica della massa encefalica, associati a meccanismi ex vacuo sì da formare una raccolta di sangue cotto.

Talora si pone il problema di valutare se le lesioni da calore siano state prodotte in vivo o meno; frequentemente, infatti, la vittima di un omicidio viene data alle fiamme con il chiaro intento di eliminare eventuali tracce o non consentirne l’identificazione. Ne scaturisce pertanto la necessità di stabilire se le lesioni da calore siano state prodotte in vivo, magari rappresentando la causa della morte, o siano conse­guenti al decesso per altre cause.
Alcuni segni indicativi della vitalità delle lesioni sono:

  • Deposito di fuliggine nelle diramazioni bronchiali profonde, a dimostrazione della presenza di un’attività respiratoria nella vittima, quando già si era svilup­pato l’incendio.
  • Alte percentuali di carbossiemoglobina (monossido di carbonio + emoglobina) nel sangue contenuto nei ventricoli e periferico derivato dalla combustione ed inalato dalla vittima che quindi respirava ancora durante l’incendio.
  • Presenza di embolie adipose nei vasi polmonari, derivanti dal grasso sottocuta­neo “cotto” (a dimostrazione dell’esistenza di attività circolatoria vitale).

La morte per carbonizzazione completa del corpo può essere più frequentemente conseguenza di disgrazie accidentali (che vanno comunque accuratamente indagate soprattutto se avvenute sul lavoro o durante incidenti stradali); raramente può essere utilizzata come forma di suicidio (“autoappiccamento”), più spesso come forma di omicidio “di massa” in caso di attentati terroristici o incendi dolosi.
Il quadro clinico conseguente alle ustioni è inizialmente caratterizzato dallo shock: lo shock primario è di natura neurologica, ovvero legato allo stimolo termico e doloroso provocato dall’ustione; lo shock secondario (dopo qualche ora) è, invece, di natura cardio-circolatoria e dovuto alla marcata ipovolemia per la perdita improv­visa di notevoli quantità di liquidi. In caso di sopravvivenza allo shock cardio-circo­latorio, nei casi più gravi, possono instaurarsi insufficienze renali ed epatiche, nonché setticemie, responsabili del decesso a distanza della vittima.

Articolo creato l’1 febbraio 2014.
Ultimo aggiornamento: vedi sotto il titolo.

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