Accanimento terapeutico (o distanasia)

Per accanimento terapeutico (o distanasia) s’intende la prosecuzione ostinata e senza scopo di un trattamento che risulti inutile per il paziente, ovvero la persisten­za nell’uso di procedure diagnostiche come pure di interventi terapeutici, allorché è comprovata la loro inefficacia e inutilità sul piano di un’evoluzione positiva e di un miglioramento del paziente, sia in termini clinici che in qualità di vita.
Tuttavia la complessità del concetto di accanimento terapeutico non si può circoscrivere in una definizione esaustiva, né si può applicare con facilità ai casi concreti, dal momento che il giudizio sull’adeguatezza o meno del tipo di intervento deve es­sere espresso dal medico, caso per caso, sulla base delle conoscenze, delle possibilità tecnico-scientifiche e sulla base dell’esperienza.
Al di là delle definizioni è possibile individuare dei criteri guida per valutare se un intervento può sfociare nell’accanimento terapeu­tico:

  • Quando vi sia una documentata inefficacia e inutilità della terapia sulla base della letteratura scientifica.
  • Quando i mezzi terapeutici sono sproporzionati rispetto agli obiettivi che permettono di raggiungere.
  • Quando il paziente vive la terapia o gli interventi come una “violenza terapeutica”.

L’accanimento terapeutico comprende anche il concetto di futilità, intesa come inadeguatezza a produrre un risultato o a raggiungere un fine richiesto; inefficacia.
Quando gli interventi terapeutici non possono più contenere o far regredire la malattia, rischiano di essere sproporzionati e di sfociare nell’accanimento terapeuti­co: in questa situazione, per non incorrere nell’errore opposto, definito abbandono terapeutico, è doveroso utilizzare tutte le risorse che la medicina ha a disposizione, non per ottenere la guarigione o il semplice prolungamento della vita, ma per accompagnare il morente garantendogli una morte dignitosa e migliorando la qualità della sua vita.
Le risorse mediche sono rappresentate dalle cure normali e dalle cure palliative.
Le cure normali sono quelle cure doverose dovute ad ogni uomo, come l’igiene, la mobilizzazione, la detersione delle ulcere da decubito, l’aspirazione del secreto bronchiale, l’alimentazione e l’idratazione, somministrate anche artificialmente, quando queste non risultino gravose per lui e quando l’organismo è in grado di rece­pirle e di giovarsi di tale sostegno. Garantire l’idratazione, in particolare nelle ultime fasi della vita, assume una particolare valenza palliativa, per rendere meno penosa la morte ed evitare le sofferenze dovute alla disidratazione.
Le cure palliative sono rivolte a ridurre i sintomi della malattia e, soprattutto, a sedare il dolore.

Articolo creato l’8 febbraio 2014.
Ultimo aggiornamento: vedi sotto il titolo.

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