Devianza minorile

Vengono definiti comportamenti devianti quelle condotte che vanno contro le norme, i valori ed i principi della comunità sociale di appartenenza. Il termine devianza si riferisce quindi ad un insieme eterogeneo di comportamenti dall’aggressione al furto, dal danneggiamento al vandalismo accomunati dalla loro valenza trasgressiva. Solo in parte tali condotte vengono a coincidere con i comportamenti delinquenziali che assumono i caratteri estremi dell’illegalità e coinvolgono le autorità giudiziarie e di polizia.
L’uso della nozione “devianza giovanile” considera in modo unitario fenomeni in realtà diversi tra loro; per “devianza giovanile” si intendono sia azioni che violano la legge, sia comportamenti, quali, ad esempio, l’assenteismo scolastico, la fuga da casa e precocità sessuale, che pur non essendo perseguiti dalla legge sono visti come indici di disadattamento.
La devianza è caratterizzata da atti di minore gravità che non richiedono l’intervento diretto delle autorità preposte. La violazione delle norme è un comportamento molto diffuso tra i 12 ed i 16 anni, infatti la maggioranza degli atti devianti commessi non viene scoperta, denunciata e sanzionata e non è quindi possibile accedere ad essa se non attraverso resoconti soggettivi che hanno messo in luce come in adolescenza vi sia un forte aumento di atti devianti.
Diverse teorie hanno cercato di spiegare la devianza.

  1. A partire dall’osservazione degli alti tassi di criminalità in determinate aree urbane è stato ipotizzato un nesso tra la disorganizzazione sociale e la disorganizzazione individuale dei giovani delinquenti. La delinquenza sarebbe stata più diffusa in quelle aree urbane caratterizzate da un’alta densità di popolazione, da eterogeneità culturale, da insufficienza dei servizi e da scarso controllo: l’individuo, dotato per natura di istinti antisociali, se vive in una società disorganizzata diventerà, inevitabilmente, un antisociale.
  2. Si ha devianza dove sono presenti gruppi sociali non integrati sul piano culturale; la devianza è definita allora come espressione di “norme” e “valori” che consentono o prescrivono modelli di comportamento in contrasto con le norme e le convenzioni sociali più ampliamente condivise.
    La “teoria dell’associazione differenziale” elaborata da Sutherland è una teoria del comportamento delinquenziale come comportamento subculturale. La delinquenza originerebbe dall’apprendimento di un insieme di valori, norme ed atteggiamenti in contrasto con la cultura dominante. L’enfasi è sul gruppo e sulla sua organizzazione, piuttosto che sulle motivazioni di chi ne fa parte. L’apprendimento si verifica grazie a processi di interazione con individui o gruppi che attribuiscono significati positivi ad azioni devianti.
  3. La devianza è il prodotto di processi di socializzazione primaria inadeguati.
  4. Secondo la “Teoria dell’apprendimento sociale” l’apprendimento delle regole morali avviene osservando gli altri: l’osservazione permette già ai bambini di scoprire le conseguenze di certe azioni e quale sia il comportamento più appropriato ed utile in determinate circostanze. Tale comportamento è indotto non soltanto dai premi e dalle punizioni, ma anche dai modelli che si ha modo di osservare. Se il modello è attraente e se le sue azioni sono coerenti, gli effetti di emulazione sono favoriti.
  5. In opposizione a queste teorie, la devianza è il risultato di un processo interattivo tra il soggetto che compie azioni, le norme che di tali azioni definiscono il grado di liceità, la reazione sociale all’infrazione delle norme e le modificazioni dell’identità personale legate ai processi di etichettamento, stereotipizzazione ed esclusione.

Quindi oltre alla tripartizione di items sul tema (la percezione delle norme sociali, le regole di condotta individuale, la tendenza soggettiva alla trasgressione), c’è una quarta prospettiva attraverso cui affrontare la lista dei comportamenti  “trasgressivi”, che si chiama: percezione delle norme del proprio gruppo di riferimento.
L’ipotesi è che tra la società e l’individuo si collochi una serie di aggregazioni intermedie e fra queste abbia un ruolo particolare l’insieme dei soggetti che costituiscono un riferimento importante per l’individuo. Nel caso degli adolescenti è particolarmente evidente la funzione del gruppo dei pari, come luogo di identificazione e di comunicazione, come fonte di identità, come equipaggi, insieme a cui affrontare la navigazione nel mare aperto della società extrafamiliare.
Si ritiene che le norme dominanti in questa cerchia di riferimento (norme forse anche diverse da quelle prevalenti nella società più ampia) possano costituire un’importante bussola per le condotte degli individui. I dati sembrano confermare tale ipotesi perché spesso le regole attribuite al proprio gruppo di amici appaiono distanti, spesso anche molto distanti, da quelle attribuite all’intera società.
L’ampia diffusione e l’elevata frequenza dei comportamenti devianti decrescono alle soglie dell’età adulta, dopo i 18-20 anni, anche se in alcuni individui, l’età non sembra influire sulla propensione a commettere reati e sembra pertanto costituire un fattore “situazionale” che non interagisce con variabili di tipo individuale.
Questo andamento si scontra con evidenze empiriche discordanti: infatti da un lato numerosi studi hanno messo in luce l’esistenza di una forte continuità di coinvolgimento nel comportamento deviante per alcuni individui. Tale continuità non riguarda esclusivamente l’attuazione del medesimo comportamento o di una stessa categoria comportamentale, come ad esempio l’aggressione fisica, ma può anche configurarsi come continuità eterotipica, relativa cioè a manifestazioni devianti diverse tra loro, come ad esempio l’aggressività precoce ed il furto in età successive o la disobbedienza precoce ed atti delinquenziali nella giovinezza. Dall’altro lato però vi sono molte forme di discontinuità e la maggioranza dei giovani devianti non intraprende una carriera criminale; anzi, per essi la devianza resta confinata agli anni dell’adolescenza.
Questa incoerenza di risultati ha portato a superare le teorie generali che riconducevano la devianza a fattori sempre uguali indipendentemente dal periodo del ciclo di vita analizzato, i quali generalmente erano riconducibili ad elementi interni all’individuo, come ad esempio carenze o patologie della personalità o ad eventi esterni ad esso, come ad esempio l’affermarsi della società di massa con il conseguente minor controllo sociale. Si sono così sviluppate delle teorie evolutive del comportamento deviante che distinguono tra quanti hanno un’iniziazione precoce, collocabile negli anni dell’infanzia e della fanciullezza, e quanti, al contrario, presentano un’iniziazione tardiva, collocabile negli anni dell’adolescenza.
Questi due tipi di devianza durante l’adolescenza si trovano ad essere compresenti, ma hanno ognuno fattori eziologici specifici e caratteristiche proprie. In particolare, la devianza che si manifesta precocemente e si snoda lungo il corso dell’esistenza fino all’età adulta ha le sue radici nell’infanzia in relazione ai processi di socializzazione precoce ed in secondo luogo in quei fattori che nel corso del successivo sviluppo hanno portato ad una cristallizzazione del comportamento. Essa coinvolge soprattutto i maschi che sembrano essere più vulnerabili rispetto alla messa in atto di comportamenti violenti a causa di caratteristiche individuali, a loro volta legate allo sviluppo neurologico, quali l’iperattività, i disturbi dell’attenzione, il temperamento difficile. Al contrario, la devianza adolescenziale risponde ad esigenze tipiche di questo periodo dello sviluppo e non può essere compresa ed arginata senza considerare i compiti evolutivi caratteristici di questi anni.
Seguendo tale approccio teorico le condotte devianti vengono analizzate all’interno dello stile di vita dei soggetti, tenendo conto delle caratteristiche del periodo adolescenziale e degli obiettivi di crescita propri di questa fase del ciclo di vita. In particolare, attraverso l’analisi delle interazioni tra la devianza ed i principali contesti di sviluppo dell’adolescente: la famiglia, la scuola, i coetanei ed il cosiddetto “quarto contesto” ossia il tempo libero.
L’ambiente familiare occupa un posto di notevole considerazione ed interesse data la grande importanza ed influenza che la famiglia esercita nello sviluppo del soggetto e nella formazione della sua personalità, e la sua funzione di filtro tra l’individuo ed il resto della società.
Una delle principali aree di indagine in questo campo riguarda la carenza e/o l’assenza di cure materne nella prima infanzia, aspetto considerato spesso determinante nella genesi di atteggiamenti e comportamenti delinquenziali. Questa tesi è stata sostenuta soprattutto da psicanalisti che hanno frequentemente sottolineato l’importanza della figura materna, della sua presenza stabile e del suo affetto costante, l’importanza cioè di una “buona madre” come base indispensabile per l’integrazione dell’Io per la formazione dell’identità, per la capacità di tollerare le frustrazioni, per il costituirsi di quella “fiducia di base”, essenziale per un positivo sviluppo psicosociale.
Le esperienze di deprivazione materna nei primi anni di vita sono tanto più dannose quanto più avvengono in età precoce, e quanto più sono prolungate.
È stato anche studiato il problema della qualità delle cure materne, con la madre presente. Gli studi in questa direzione avrebbero individuato una connessione fra madri possessive, assenti, crudeli e figli delinquenti; ugualmente per le madri con amore nevrotico od ansioso.

La devianza minorile esprime un disagio che scaturisce dalla carenza di un efficace scambio relazionale tra gli attori di un medesimo sistema sociale.
Il disagio può manifestarsi con e attraverso la commissione di un reato, che diviene uno strumento di comunicazione, espressione di un malessere del percorso evolutivo, di crescita dell’adolescente e di carenze nell’ambito del suo microsistema sociale, del suo mondo vitale.
Negli ultimi anni la localizzazione della devianza minorile si è strutturata nel seguente modo.

  • Nelle regioni del nord e del centro Italia sono concentrati i minori stranieri.
  • Nel sud vi sono minori italiani portatori soprattutto di condizioni socioeconomiche di emarginazione.
  • Diffusi territorialmente e trasversalmente sono i minori con situazioni di malessere e disagio sopra ricordati.

Vari nel tempo, connotati anche sulla base delle diverse teorie sulla devianza, sono stati gli interventi nei confronti della devianza minorile.

Interventi nei confronti della devianza minorile
Negli anni Trenta, poiché si valorizzavano le componenti intellettive e volitive del comportamento, misconoscendo le varie istanze emotive e le complesse strutture caratteriali che variamente condizionano gli atteggiamenti e le scelte dell’individuo, predominava un’azione correttiva della coscienza e della volontà, basata su sistemi chiusi e fortemente disciplinari. In tal senso, l’art. 25 della legge istitutiva del Tribunale per i Minori, prevedeva l’internamento in un riformatorio per corrigendi del minore e l’art. 68 del regolamento delle case di rieducazione definiva come finalità dell’insegnamento scolastico, “il far conoscere al minore quale sia stato l’errore commesso e come egli possa tornare degnamente tra i buoni cittadini”.
Negli anni Cinquanta, lo sviluppo degli studi psicologici, psichiatrici e sociologici porta ad indagare le vicende personali e familiari del soggetto alla ricerca della cause della condotta posta in essere, venendo così ad interpretare il comportamento irregolare del minore come sintomo di un disagio personale la cui azione di recupero punta sulla ricostruzione dell’affettività del soggetto. Strumenti privilegiati di questa azione sono “il focolare” o i “gruppi famiglia” all’interno degli istituti.
Verso la fine degli anni Sessanta, viene rilevata l’artificiosa separazione tra osservazione e trattamento cui consegue l’apertura degli istituti dando maggiore sviluppo all’osservazione compiuta in libertà dal servizio sociale: da ciò il trasferimento, ancor oggi esistente, di tutte le funzioni rieducative e recuperative agli enti locali e ai loro servizi.
Diffuse sono le forme di devianza che, se non si esprimono in comportamenti penalmente sanzionati, sono ugualmente distruttivi della personalità individuale e della convivenza sociale. Va aumentando, per esempio, nel nostro Paese, la prostituzione maschile e femminile, anche nella fascia di età preadolescenziale, così come in forte incremento è la violenza nelle scuole e negli stadi e il fenomeno dei comportamenti autodistruttivi (suicidi, “giochi di morte”).
In tali casi e, nel caso in cui pur configurandosi reati, si sia ritenuto dal Giudice non possibile o non opportuno il ricorso a misure penali (non imputabilità dell’infraquattordicenne, non maturità del minore infraquattordicenne, opportunità di rinuncia all’irrogazione di una sanzione penale) possono essere assunte dal magistrato minorile misure di recupero che l’ordinamento giuridico definisce rieducative.
Ed invero, la legge istitutiva del Tribunale per i Minorenni ha previsto accanto alla competenza civile ed alla competenza penale del T.M., anche una competenza che è stata definita competenza amministrativa. L’art. 25 del r.d. statuisce che “quando un minore degli anni 18 dà manifeste prove di irregolarità della condotta o del carattere, il Procuratore della Repubblica, l’ufficio di servizio sociale minorile, i genitori, il tutore, gli organismi di protezione e di assistenza dell’infanzia e dell’adolescenza possono riferire i fatti al Tribunale per i minori il quale, a mezzo di uno dei suoi componenti all’uopo designato dal presidente, esplica approfondite indagini sulla personalità minorile e dispone con decreto motivato una delle seguenti misure: 1) affidamento del minore al servizio sociale; 2) collocamento in una casa di rieducazione o in un istituto medico-psico-pedagogico”.
La prima misura prevista è l’affidamento al servizio sociale che, a seguito del d.p.r. 616, deve essere il servizio sociale dell’ente locale. Tale misura non comporta la necessità per l’affidatario di svolgere una funzione di custodia del minore, provvedendo al suo mantenimento, istruzione ed educazione, bensì significa realizzare un programma rieducativo sul cui svolgimento il servizio deve vigilare, ponendo accanto al ragazzo una figura adulta e responsabile che, con comprensione e autorità, segua continuativamente il ragazzo aiutandolo in un cammino di ricostruzione di personalità.
La seconda misura del collocamento in una casa di rieducazione o in un istituto medico-psico-pedagogico è oramai praticamente disapplicata, in quanto con il trasferimento all’ente locale degli interventi in favore dei minori soggetti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria nell’ambito della competenza amministrativa (art. 23 d.p.r. 616), il Ministero di grazia e giustizia ha soppresso, a far data dal 1 gennaio 1978, tutti gli istituti di rieducazione e ha disdetto tutte le convenzioni che erano state contratte con enti pubblici o privati.

Articolo creato il 5 febbraio 2014.
Ultimo aggiornamento: vedi sotto il titolo.

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