Transessualismo

I disturbi dell’identità legata al genere appaiono correttamente classificabili in due categorie, la prima relativa alle deviazioni (cosiddette varianti sessuali) e l’altra alle perversioni (cosiddette nevrosi sessuali).
Le une si diversificano dalle altre rispetto alla riconoscibilità, a monte del loro palesarsi nei comportamenti, di conflitti intrapsichici (assenti nelle deviazioni, identi­ficabili nelle perversioni).
Il transessualismo è la forma più eclatante di inversione dell’identità relativa al genere e si identifica nel radicato convincimento di un individuo, perfettamente nor­male dal punto di vista anatomico e dunque in piena armonia con quello che è il suo profilo cromosomico, di appartenere al sesso opposto al proprio. Nel transessuale, dal punto di vista strettamente psicodinamico, è ben identificabile una pulsione costante di ridefinirsi, sotto il profilo fenotipico, secondo quello che è il suo modo di sentire, così perseguendo, con ostinazione, trattamenti farmacologici e chirurgici, anche estremi, che possano modificare irreversibilmente la propria immagine di genere.
A questi soggetti è riconosciuta la possibilità di vedere tutelato, nei termini più ampi, il proprio diritto alla salute, in sintonia con quella condizione di completo benessere fisico, psichico e sociale, non semplice assenza di malattia, che è nella definizione di “salute” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
La materia è disciplinata dall’articolo 5 del codice Civile, che vieta gli atti dispositivi del proprio corpo che cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume, e da un fermo divieto dell’ordinamento.
Sotto il profilo diagnostico di categoria va differenziato il transessualismo dall’omosessualità, posto che l’omosessuale non soltanto accetta la propria struttura anatomica, ma desidera conservarla integralmente al fine di poterla strumentalizzare (non avendo naturalmente alcuna intenzione di modificarla) nell’incontro, affettivo-emozionale e sessuale, con altro individuo ugualmente orientato. Nel transessuale vero, escluso ogni possibile richiamo a forme psicotiche che sosten­gano tale condizione, ab origine vi è una sostanziale alterazione della percezione del­l’identità sessuale di genere.
Pare evidente che nella diagnosi clinica-psichiatrica di transessualismo debba essere esclusa l’associazione con qualsiasi altra forma di disturbo mentale (per esempio schizofrenia), mentre deve essere esclusa, e ciò per definizione, una condizione intersessuale fisica o comunque di anomalia genetica.
Sotto il profilo epidemiologico, si può affermare che i problemi di identità ses­suale spesso si palesano inequivocabilmente nell’età adulta anche se, per l’ambiguità di definizione di comportamento elettivo di genere, sin dall’adolescenza potrebbero essere colti dai familiari e nella collettività, ma più frequentemente ciò non avviene, anche per reazioni di “esclusione” sostenute da un frequente rifiuto sociale. Nell’età adulta tali soggetti manifestano un funzionamento sociale e lavorativo generalmente compromesso, proprio per lo stato psico-patologico abitualmente associato (disturbi della personalità, ansia e depressione) e non infrequenti so­no i casi, nell’approfondimento anamnestico, nei quali sono presenti tentativi di sui­cidio o addirittura di automutilazione.
Nel caso di patologia psichica associata, diviene una questione diagnostica rile­vante accertare se il disturbo d’identità si colloca all’interno di una condizione psicopatologica di base (disturbi di personalità o depressione endogena principalmente) o se la sofferenza intrapsichica palesatasi sia sintomo di accompagnamento della condizione di transessualismo non ancora risolta nella piena e completa manifesta­zione di genere di appartenenza.
I maschi sono sicuramente più numerosi delle femmine in quanto a soggetti interessati da questa condizione, spingendosi il rapporto a favore dei soggetti maschili sino a 8 a 1.
I criteri diagnostici che devono essere esplorati per la diagnosi di transessualismo vero sono:

  • Senso di disagio e di contrasto nei confronti del proprio sesso anatomico.
  • Desiderio di sbarazzarsi dei propri genitali e di vivere come un membro dell’al­tro sesso.
  • Manifestazioni continuative, cioè non limitate a qualche periodo di stress, per almeno due anni.
  • Assenza di situazioni fisiche riconducibili ad anomalie genetiche.
  • Nessun collegamento con disturbi mentali, in primis la schizofrenia.

Con la legge 164/1982 il legislatore autorizza il mutamento dello stato civile che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita, a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali.
L’articolo 2 stabilisce che, a seguito di sentenza che accoglie la domanda di rettificazione di attribuzione di sesso, il tribunale ordina all’ufficiale di stato civile del Comune dove fu compilato l’atto di nascita del richiedente di effettuare la rettificazione nel relativo registro.

Articolo creato il 10 febbraio 2014.
Ultimo aggiornamento: vedi sotto il titolo.

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